HUMUS

il

Sawasdee Kha,

oggi è l’ultimo giorno di aprile 2018 e mi trovo seduta alla scrivania della sala da pranzo, avvolta dalle note di To Build a Home, The Cinematic Orchestra.
Ho appena alzato il volume e guardando fuori dalla finestra mi sembra di volare dal trentatreesimo piano, lì dove oggi le nuvole sono grigie e da lontano si sentono i tuoni annunciare un pomeriggio tumultuoso. I climbed the tree to see the world… ed il mondo a me più caro in questo momento sta ancora dormendo, a meno 6 ore di differenza, lì dove le nuvole forse non si vedono ancora ed il cielo è blu notte.
Ci sono momenti in cui, esattamente come in questo precisissimo istante, nella pellicola dei miei pensieri che si srotola al racconto dei più svarianti eventi e compleanni, la nostalgia si fa spazio e si addensa come il nuvolone sopra 39 Executive Boulevard.
Il 17 Aprile ho soffiato su 38 candeline, non una in più ma purtroppo nessuna in meno! Ci trovavamo a Hua Hin in occasione delle vacanze primaverili che coincidono con il Songkran (capodanno del calendario buddhista, link qui), la scuola è stata chiusa per due settimane e Luca era in ferie, mentre tutto il Paese era in festa nel delirio della follia collettiva dei gavettoni. La meta era stata decisa da Luca qualche settimana prima, era una sorpresa per me: il piano originario prevedeva un soggiorno di 4 notti/5 giorni ma siamo stati talmente bene che abbiamo prolungato di 2 notti. Dunque, Hua Hin… è una città di circa 60.000 abitanti situata a meno di 200 Km da Bangkok, direzione sud, tanto cara ai thailandesi in quanto meta di vacanza per le famiglie reali e dell’aristocrazia da quasi un secolo. Forse Hua Hin è famosa perché è molto vicina a Bangkok, è semplicissimo arrivarci, non è pericolosa o angusta, non è rumorosa o caotica come altre località di mare, ha una offerta di hotel strepitosa per tutte le tasche, incluse strutture 5 stelle da capogiro, così come guest house da 200 baht (poco più di 5 Euro) a notte. E ristoranti… ristoranti ovunque, su moli, su affacci inaspettati sul mare, nei garage di abitazioni, in palazzine impensabili o al quarantesimo piano di prestigiose strutture.
La spiaggia non mi ha lasciata a bocca aperta, sarà per via della tipologia di sabbia ma anche l’acqua del mare non era trasparente come a Ko Samet. La camminata sulla spiaggia può essere piacevole perché  la distesa sabbiosa è piuttosto lunga e non è difficile incontrare cavalli liberi che trottano sul bagnasciuga. Ma non dite ai vostri figli di scavare sulla spiaggia o di provare a cercare chissà quale tesoro sotto la sabbia perché, anche se dicono che la cacca porti fortuna, beh quella di un cavallo è pur sempre cacca di cavallo! Divenire, Ludovico Einaudi (Royal Albert Hall).
E con questo pezzo il mio volo dal trentatreesimo piano è epocale. Il mio compleanno a Hua Hin è stato bello e commovente perché Bibi ha partecipato alla preparazione della sorpresa cercando di mantenere il segreto delle candeline, della torta e persino del festone che lei e Luca mi hanno fatto trovare nella camera dell’hotel. “C’è la B di Bibi qui mamma, tanti auguri!”. Diceva così perché il festone recitava Happy Birthday e Bibi, una ad una, provava ad indovinare le altre lettere citando i nomi dei suoi amici dell’asilo o delle persone che ha conosciuto qui (H- Hiori, A- Aj, P-Preeya e così via).
Se penso a quegli schizzi di felicità che prendevano forma come su un foglio bianco al ritmo incalzante di Summer 78 e Mother’s Journey, Yann Tiersen, la nostalgia diventa pungente. 38 anni non sono tantissimi ma non sono nemmeno pochi, 16 dei quali passati a crescere con Luca nelle nostre continue evoluzioni e cambiamenti, 3 dei quali guardando il mondo con Bibi. E ancora una volta mi dico che, indipendentemente dalla geografia di un attimo, dall’ essere in un posto piuttosto che in un altro come frutto maturato in un intreccio di coincidenze, volontà e sogni, la bellezza di certi momenti semplici ma terribilmente felici trova la sua origine dentro. La spinta che li genera e li arricchisce in tutte le sue desinenze, viene da dentro.
E’ solo quella forza propulsiva di benessere, naturale, originale, che lancia un’eco nell’intimità aperta alla vita, lì dove è possibile manipolare la prospettiva e la legge della gravità è eludibile. E’ come quando si ha la sensazione che quel momento sia unico, perché sai che avrai milioni di altri frangenti ed inclinazioni nel tuo percorso altrettanto felici ma quello, quello lì esattamente, non è uguale a nessun altro.
In merito a questa unicità di ricordi ed in occasione di questo compleanno, mi è venuto in mente il pomeriggio in cui, in prossimità del 17 aprile del 2009, seduta in una delle scrivanie della Biblioteca Delfini a Modena, città in cui vivevo da qualche mese con Luca, ho scritto un racconto. Humus.
Ed in quel racconto ero Vittorio, un signore di 72 anni, scrittore un tempo brillante, terribilmente in ritardo sul tempo e su tutta la bellezza che si è palesata per una vita intera davanti ai suoi occhi senza viverla appieno, capace di scrivere esistenze di amori grandiosi ma mai vissute in prima persona. Pur potendo. Sono passati 9 anni da quel giorno, da quel racconto visionario. E in quel giorno, in quel mio compleanno, così come in quest’ultimo, un’emozione, una visione, una esperienza hanno generato una serie di ricordi preziosi. Felici.
Allegherò alla fine di questo articolo Humus, il mio regalo personale di compleanno.
Il tempo ha sempre avuto un ascendente speciale dentro di me, la sua inafferrabilità e talvolta il suo senso di compiutezza assoluta mi fanno osservare chi, invece, con calma imperturbabile o con rabbia, vive una vita fragile volontariamente. Per me una vita fragile è una vita senza agitazioni sentimentali, senza volontà, senza cambiamenti, senza lotte, senza coraggio. Una vita piena di rimpianti e giustificazioni.
E’ come un piccolo corso d’acqua che scorre, temporaneamente, per poi essere assorbito dalla terra. Ogni sera, mentre aiuto Bibi a preparare lo zaino per la scuola, le chiedo “hai messo dentro un sogno”?, e lei dice “si”.

BC715FCD-0170-46C3-931D-ADCD7D9C6F32

e612f4c9-617b-4aef-b417-2b5e9d761069
Mi devo impegnare moltissimo per far sì che la mia mente non guardi il passato così avidamente – Humus (2009)

Ho ricevuto diversi messaggi il 17 aprile, alcune telefonate.
La mia famiglia, gli amici più veri mi mancano moltissimo. Mi manca la banalità che non è mai tale quando ti allontani, anche solo per poco. Il caffè insieme improvvisato all’ultimo momento, la tisana senza zucchero sul divano, due passi in centro, una carezza, una risata e perché no anche la negatività di un secondo sono così preziosi che quando sei oggettivamente lontano e nemmeno la volontà può intervenire in tuo aiuto l’unica cosa che puoi fare è pregare, silenziosamente, che quel pensiero arrivi lì, magari in un momento come questo, dentro uno dei sogni dei tuoi amici, quando ancora fuori è buio.
Vorrei essere vicina a Mara ora, la mia Sbek. Vorrei sostenerla ed incoraggiarla nelle sue lotte.
A volte basta un ricordo che ti fa sorridere per trasformare la distanza e l’assenza da un paesaggio solitario e silenzioso in uno cosparso di fiori così belli e profumati da mitigare la nostalgia. Non sono mai stata incline ad eccessi di negatività, la sola idea di non provarci, o di non cogliere alcune occasioni (come questa di vivere in Thailandia e di salutare, per un pò, le persone care) mi fa stare peggio, mi fa sentire che sarei meno somigliante alla mia vera natura. Ciò che ne deriverebbe sarebbe un disastro.
La vera epifania dell’insoddisfazione.
Non è corretto maledire i propri limiti ma certo sarebbe crudele non seguire un sogno. Direi, anzi, che sia sano concedersi la generosità di uno o svariati tentativi perché spesso la mente apre gabbie che sembrano ripari. Ma sono gabbie.
Non ci si può sentire defraudati di qualcosa quando, volontariamente, si sabota un sogno. Non c’è giorno in cui io non mi svegli con questo pensiero. Sono felice di essere qui. Luca e Bibi sono felici.
Dopo la settimana a Hua Hin abbiamo ripreso la nostra routine con la scuola, il lavoro di Luca, le mie letture (finalmente ho iniziato il librone “Una vita come tante”) e gli incontri con gli amici. Io e Bibi abbiamo invitato Karen a casa nostra con sua mamma Ayumi per un pomeriggio di giochi dopo la scuola. Karen è una bimba giapponese, coetanea di Bibi, nata ad Osaka esattamente una settimana prima di Bianca. Ayumi è mia coetanea, nata quasi esattamente un mese dopo di me, sempre ad Osaka.
Ci siamo subito trovate molto bene insieme, abbiamo iniziato a parlare sui divanetti della scuola mentre aspettavamo che le bimbe uscissero dalla classe, aprendo le nostre chiacchierate con domande e curiosità sulle nostre vite, in Italia ed in Giappone.
Ho scritto diverse volte delle mie amiche giapponesi ed Ayumi fa parte, insieme a Shizuka, Asami e Michiru di quel sogno parzialmente concretizzatosi di studio e vita in Giappone. Sukhumvit è un’area di Bangkok fortemente contaminata dalla cultura nipponica. Il posto dove viviamo è abitato al 99% da giapponesi pertanto è altamente improbabile incontrare occhi non disegnati dal vento.
Dunque, il pomeriggio di giochi, merende, tuffi in piscina, lost in traslation e relative risate è stato bello: Bibi e Karen sono davvero unite ed è molto divertente osservarle interagire, fare le boccacce, correre e a volte persino litigare dicendosi reciprocamente Dame!, che sarebbe un NO/ NON SI FA in Giapponese (Bibi ha imparato alcune parole da Karen). Qualche mese fa, in occasione di un compleanno di un bimbo che va a scuola con loro, Miles, ho avuto il piacere di conoscere anche il papà di Karen, un ragazzo alto ed atletico (gioca a calcio), molto simpatico ed aperto. Non timido o riservato, semmai piuttosto scherzoso e curioso. Anche lui, proprio come Ayumi e Karen è nato ad Osaka. Ed è nato esattamente una settimana dopo di me, nel 1980.
Vivono qui a Bangkok da tre anni, Karen aveva qualche mese quando si sono trasferiti. Non hanno al momento piani od informazioni sul loro futuro perché il loro mondo del lavoro (o modo di lavoro giapponese) è molto diverso dal nostro, quindi tutto dipende dalle decisioni del capo dell’azienda in cui lavori che, molto difficilmente, lascerai per inseguire una diversa ambizione professionale.
Dicono di trovarsi molto bene qui in Thailandia, vivono ad Asoke ( 1 fermata di BTS – Sky Train da Phrom Phong, dove abitiamo noi) e quando hanno l’occasione, in concomitanza di ponti, festività buddhiste o chiusure scolastiche, viaggiano verso nuovi Paesi oppure tornano per qualche giorno in Giappone. Ayumi non lavora, non so se prima di diventare mamma abbia avuto una qualche occupazione. So che ha studiato all’Università letteratura giapponese e che sta insieme a suo marito da quasi 20 anni.
Quando lunedì della scorsa settimana lei e Karen sono arrivate a casa nostra una delle prime cose che mi ha chiesto è stata il caffè espresso. Sapevo che l’avrebbe fatto subito dopo aver varcato la porta! Le ho preparato il caffè in una delle mie tazzine preferite, quella bianca con la coda di pesce azzurra, servendoglielo poi sul tagliere piccolo di legno a forma di orsetto ed attaccandoci un post-it che recitava questo: for my friend Ayumi a real Italian Coffee!! Gy 🙂
L’espressione che ho visto comporsi sul suo viso insieme al suo sorriso è stata bellissima, senza pensarci ha detto Arigatou. E’ stato indubbiamente un grazie di pancia, senza girarci intorno, senza nemmeno pensarci e senza troppi convenevoli.
Per un attimo ho pensato a mia madre, mi sono chiesta se anche lei, quando ero piccola, abbia mai provato la bellezza di un pomeriggio così. Far giocare i propri figli con altri bambini, tessere nuovi legami con i loro genitori e vedere come da un pomeriggio apparentemente banale possa nascere un germoglio nuovo e tenero d’amicizia sono momenti preziosi. Pensare come dentro ad un ricordo, ad una fotografia di un momento felice ci sia in realtà ciò che, giorno dopo giorno, compone la nostra personalità ed il modo di sentire gli altri mi stupisce sempre.
Ricordo che quando ero piccola, ma direi certamente non a 3 anni, giocavo con i bimbi della mia via a Rimini ed eravamo quasi sempre per strada: chi in bici, chi con i pattini, chi con la corda per saltare o con una palla da pallavolo ci incontravamo dopo aver fatto i compiti (per chi li faceva!) e sembrava che il mondo fosse meno cattivo di oggi.
Non si pensava nemmeno che il male, il brutto, il torbido, il pericolo od il rischio di esso fossero dentro ogni cosa e persona. Spesso mi soffermo a riflettere sul fatto che forse, il più delle volte, siamo noi genitori a mettere in guardia i nostri figli prima del dovuto, prima di vedere se chi hanno di fronte porga nelle loro mani un fiore o sferri un’offesa, sguaini la spada. Prima che loro sperimentino, prima che sentano con le loro orecchie e nel loro ventre, prima che si sbuccino le ginocchia.
Questo pensiero si traduce in commozione, ripetutamente. Anche adesso.
Mi auguro che un minimo di delicatezza che vedo qui nelle persone possa penetrare nella profondità di Bibi. Porsi al mondo con grazia è il passo che auguro a Bibi di poter fare. Spontaneamente. E di mantenere questa andatura per tutto il resto della sua vita. Non le auguro il labirinto mentale della paura e dei preconcetti che potrebbero ostacolare la sua natura, qualsiasi essa sia.
Il nostro viaggio è la nostra crescita, sarà un tassello importante per la ricerca della sua stella nella vita. Un passo in più nel suo processo di emancipazione dalla sicurezza materna, quando le ossa diventano sempre più forti, le ginocchia pronte a sbucciarsi.
Le auguro la visione grande, immensa, per abbracciare ed ascoltare un’umanità infinita e sfaccettata, lungimirante ed intima. E spero che la certezza di poter vivere ovunque, semplicemente e liberamente, possa scompigliare i suoi capelli ed i suoi sensi, strappandole un nuovo sorriso.
Calpesta e goditi questa terra Bibi, è il tuo Humus!

A26CCED2-0727-409A-B88B-2D79F5080747

HUMUS (2009)

Il problema, non certo di minore importanza di questa mia senilità, è la
solitudine.
La condanna all’osservazione di sé, silenziosa e vitrea.
Guardando la mia imminente fossa trovo l’isolamento di oggi e di sempre, le
ragioni poco chiare che offuscano la mia anima irriverente.
Vittorio, 72 anni oggi, seduto su un divano biposto a righe rosse e bianche,
davanti al camino ed i piedi che sprofondano nel tappeto di Fez.
1971, ricordo marocchino.
Da quando ero al liceo ho sempre avvertito un incontenibile bisogno di
scrivere e, dopo aver perso, a distanza di molti anni, l’abilità visiva, seppur
non completamente, ho gettato la sfera inchinandomi al tempo.
Dopo l’arresa ho intensificato i pensieri di ogni giorno, di ogni momento che mi
rimaneva. E rimane.
Dovrei vivere più a lungo.
Dovrei non aver vissuto affatto per non percepire sulla carne le frustate dei
minuti.
Il bagaglio è pronto, nelle tasche ho i diamanti dei viaggi mentali e visionari
che mi davano enormi soddisfazioni.
Io credo che fu proprio la mia solitudine a suggerirmi l’idea di abusare delle
dita per creare il mio pensiero. Forse è stato il mio pensiero ad insinuarsi negli arti automatizzando il pollice e l’indice sinistri.
A 72 anni non so ancora spiegare perché si diventi vecchi senza banalizzare il
fattore temporale e il decadimento oggettivo che non mi incoraggia a prendere
nuove vie.
Mi piace stare così, non mi giustifico ma, nello stesso tempo, non sono in
grado si balzare allo squillo del telefono.
Adoro questo guscio di tessuto rigato, adoro il calore delle fiamme che
illuminano il viso di Marta, mia moglie.
In quella istantanea mi abbracciava come una tela foderata di passione.
Dov’è Marta?
Dove sei Amore?
Se n’è andata molti anni fa.
La mia solitudine. La colpa.
Riavvolgetela e ridatemi il mio tempo.
Non era un normale abbraccio, non uno di quelli che si possono dimenticare;
oggi mi ricorda la sua incandescente vicinanza che ho congelato con la morte.
La mia solitudine.
Guardando Marta percepivo che il suo dolore era insopportabile.
Le ho scritto poche lettere d’amore.
Ho scritto grandi libri d’amore.
Ho smascherato in ritardo il mio desiderio, amministrandolo silenziosamente
nei quartieri poveri della mia mente.
Ridatemi il mio tempo, i deliranti anni dell’immaginazione e della scrittura,
delle grazie del movimento, la moderazione ed il garbo.
Sono incapace di schiacciare una patata bollita, oggi.
Sarei capace di amare con eloquenza, lontano dalla corrosione confortevole
di un uomo visionario.
Ero al centro di me stesso, inconsapevolmente.
Sono al centro del salotto, consapevolmente.
Sono prossimo alla morte, consapevolmente.
Sono diventato incapace di scrivere, definitivamente.
Puoi rimanere qui, mia Marta. Puoi continuare a vivere in questo spazio,
sdraiati sul tappeto di Fez, sentiti libera nel nostro spazio. Nostro.
Raccogli le tue forze e torna.
Il mio vigore è stato rimpiazzato dalla nostalgia.
La solitudine è sempre solitudine,non cedo ancora alle tentazioni di avvicinare
qualcuno e mi emoziona continuamente la possibilità di ricavare infiniti
pensieri dalla mia condanna.
Non dolertene, Marta. Ti amo davvero, Ti ho amata davvero.
Potrai mai perdonarmi?
Il mio comportamento in questi 72 anni sembra una caricatura, un ritratto di
ciò che sono stato e non avrei voluto essere.
Ridicolizza la mia dignità, ingrandisce i miei difetti.
È impensabile che io abbia una forza così grande di pensiero, a quest’ora e
dopo tanto tempo.
Ce l’ho, invece.
Non sono mai stato pervaso dalla freddezza che si deposita sulle abitudini,
semmai dalle reazioni di un magnifico silenzio.
Eccellevo nella solitudine, ora sono velenosamente attaccato dagli inganni del
mio tempo.
Potrai mai perdonarmi?
Tu, l’unica, la sola donna che ho amato con quel pensiero che sembrava
invadere tutto il resto all’infuori di te.
Mi devo impegnare moltissimo per far sì che la mia mente non guardi il
passato così avidamente.
La mia mente, i pensieri che ho ascoltato per una vita, rendendomi sordo in
tutto il resto, oggi mi tendono un sabotaggio.
E i piedi sprofondano nei paesaggi di Fez e nel ricordo dell’urgenza sessuale
che sapevi dissipare con abbondanza regalandomi agiatezza sentimentale.
Tu.
Non io con il mio silenzio.
Ogni opera che scrivevo era così somigliante all’amore che nutrivo per te e
non sapevo palesare.
Ecco il perché del mio successo: la perfezione di un amante che è solo
invenzione intellettiva.
Ciò che ne derivava era l’illusione.
Non si può amare senza un minimo di concretezza.
Il tatto è basilare.
Non si può amare ad occhi chiusi. Lo sguardo annienta i rischi, colma le
inesistenze, si discosta dalla deriva.
Intuizione tardiva, ad un passo dalla morte con un bagaglio pieno di “ora”.
Il sempre è la più feroce ipocrisia.
E non lo so perché sono scrittore. Lo so come lo sanno i gatti ed i leoni delle
foreste.
Avrei potuto fare a meno di tante cose: una bella casa, il camino, il giardino
con le erbe aromatiche e la quotidiana apparizione del tramonto.
Non avrei saputo rinunciare alla scrittura, alla libreria e a te, Marta.
Scusami se siete sullo stesso piano, l’amore equivale alla retta infinita che
raggiunge le nuvole ed unisce i punti delle più svariate passioni.
La mia vecchiaia è un insulto, mi distruggerà.
Non è da questo che ti dimostro la mia sensibilità, non colmarmi di
imprecazioni, posso dimenticarmi tutti gli elogi alle mie opere.
Tu, oggi, devi tacere e provare ad ascoltare l’amore che non ti ho mai
raccontato.
I piedi sono immersi nell’humus dei ricordi e le radici dei pensieri si
aggrovigliano alle caviglie: non posso muovermi. Nuovi pensieri pronti ad
immobilizzarmi, ancora una volta.
È più forte di me, Marta.
La vecchiaia inasprisce questi difetti, rispecchia iperbolicamente i miei
inenarrabili errori.
Non so più scrivere Marta. Devo morire.
Ciò che mi tedia è il tempo, la meteorologia sentimentale dei venti forti e delle
violente tempeste mentali che disperdono sabbia sui miei giorni.
Le coste occidentali del mio corpo sono immobili.
Perdonami se ti ho nascosto il desiderio di amarti come avrei voluto e non ho
fatto, attraverso i miei libri.
Non ho mentito, ho semplicemente taciuto l’amore risultando incompleto,
talvolta sbalorditivo.
Non so più scrivere Marta. Devo morire.

Giorgia Ruggeri

Sawasdee Kha, ascoltando Hit the Road Jack – Ray Charles a tutto volume.
Non posso non ballare!!

Gy

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Stefano ha detto:

    Complimenti molto bello 😉

    "Mi piace"

    1. Gy ha detto:

      Grazie mille! Abbraccio

      "Mi piace"

  2. Loretta Braschi ha detto:

    Grazie Giorgia delle tue parole che sai comporre così bene per descrivere le tue emozioni e i tuoi sentimenti. Sei una persona veramente ricca e leggerti per me è arricchire la mia vita.
    Grazie e tanti auguri di buon compleanno.. Ci una burdela!!!!!
    Vi voglio bene Lori

    "Mi piace"

  3. Gy ha detto:

    Humus è il mio ultimo articolo scritto ieri, 30 Aprile, a Bangkok (ora locale 10.30 am). Lo pubblico leggermente in ritardo 🙂 Sawasdee Kha!

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...