L’ESTETICA DELLA BELLEZZA

il

Sawasdee Kha,

Oggi è mercoledì 16 maggio, sto aspettando il mio cappuccino da Jones The Grocer e, nonostante il sole sia bello deciso ed intenso, in cuffia suona il jazz inconfondibile di Grigio, Quintorigo.
“Ah l’ironia non ci prende alla sprovvista, è come una pioggia estiva che ci bagna in mezzo al mar…”.
I primi Quintorigo, quando la voce di John De Leo pulsava in mezzo a colpi di viola, sax e contrabbasso mi fanno sempre impazzire ed alzare il volume al massimo.
E le parole poi… irriverenti, originali e poetiche.
“In realtà sono colpi al cuore che spalancano gli occhi… necessario elettroshock…
E dal profondo emergono, tossiscono e prendono fiato linfa e veleno convivono… digerendoli sarei… Quasi sereno, malato sano cronico”, citando Malatosano.
E con queste note voglio raccontare una recente mattina di bellezza in cui mi sono fatta un regalo, in perfetta solitudine al Bangkok Art and Cultural Centre, il BACC.
Volevo andarci da tanto tempo, da quando ho scoperto che dentro le pareti esterne dove fuori impera un murales gigante di King Rama IX in tonalità grigie ed azzurre, si dipana l’arte ad ellisse, su nove piani ospitanti esposizioni di artisti locali ed internazionali.
Il BACC apre alle 10, così ho accompagnato Bibi a scuola con Luca perché quella mattina avevamo la sessione fotografica in famiglia per l’ annuario scolastico, e ho preso la BTS direzione National Stadium. Mi sono letteralmente goduta il viaggio, immaginandomi cosa poter trovare dentro la Galleria che dicevano fosse bella e prestigiosa come il Guggenheim Museum di New York.
Gli occhi di King Rama IX, dietro i suoi immancabili occhiali da vista, mi guardavano fieri nel loro essere genitori di un’intera Nazione. Ho faticato nel mantenere la destra, scendendo le scale per raggiungere l’ingresso.
Guardavo sempre in alto lui, Bhumibol Adulyadej. 

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Gli occhi non potevano non incontrarsi in un percorso che, da lì a poco, sarebbe stato una camminata in grande stile
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Ordine e decoro prima di tutto
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Il sentiero cromatico ed al sicuro sotto gli ombrelli colorati del National Stadium Sky Walk

Quando sono arrivata di fronte all’ingresso c’erano solamente due persone: erano orientali e proprio come me avevano un quaderno in mano. Chissà, ho pensato, forse anche a loro piace appuntare ricordi e momenti di vita o di viaggio. Non sono riuscita ad indovinare da dove venissero, né tantomeno ho avuto occasione di poter scambiare due parole con loro perché nel momento stesso in cui la guardia ha fatto vibrare il suo Sawasdee Khap (versione maschile del femminile Sawasdee Kha) sono corsi dentro e si sono dileguati in chissà quale ellisse della galleria.
Una volta entrata, ancora in un’atmosfera da prossima apertura (luci basse, saracinesche dei bar e negozi rigorosamente sigillate) ho guardato in alto per capire fino a dove avrei viaggiato quella mattina e ricordo di aver fatto un giro su me stessa a 360 gradi.
Intorno a me opere di vario genere, dipinti, sculture, fotografie e didascalie stampate per aiutare i visitatori a capire persino il significato segreto di una linea retta. E ho capito da subito che il BACC sarebbe stato molto di più di quello che avevo letto su internet, perché, vedendolo con i miei occhi, ho intuito come lì l’arte sia quotidinamente accolta ed articolata in tutte le sue forme. Per ogni età, dalla più tenera alla più ruvida.
Tutto il mio viaggio nell’ellisse è stato una vertigine estetica e man mano che andavo su, piano per piano, fotografando e prendendo appunti, scoprivo che il BACC offre spazio ed architetture per chiunque ami sondare terreni di arte, Auditorium per le più svariate rappresentazioni e celebrazioni, aree espositive aperte (interne ed esterne) a chiunque abbia quel grande talento naturale: la capacità artistica, per me dono della semplificazione, o addirittura della sublimazione di ogni concetto. Qualsiasi esso sia.
Talvolta persino le dottrine più cervellotiche diventano decifrabili grazie all’arte.
Mi sentivo dentro la celebrazione della diversità, del gusto vario e sorprendente del genere umano. Sentivo di avere tempo da dedicare a questa esplorazione sentimentale, Bibi avrebbe avuto persino il corso di danza fino alle 14.30 quindi ero libera e rilassata.
E così è stato, fino all’ultimo secondo al BACC, dove, almeno fino alle 12, l’atmosfera era calma e la galleria non era affollata. Non ho pagato per entrare: qui l’arte è democratica, fruibile da chiunque voglia osservare,sentire e persino farsi/far vedere.
Non ci sono limiti (minimi e massimi) di visita: si può stare dentro il tempo di una pipì che, fulminante, ti coglie quando scendi dal treno oppure dalle 10 del mattino alle 21.
Nessuno verrà da te a disturbarti, nessuno verrà da te a dirti hai guardato troppo l’OPERA OMNIA di Caravaggio o ti sei infervorito addentrandoti nella mente di Vasan Sitthiket che sosteneva “Art is my Weapon” (l’Arte è la mia arma). Ma andiamo con ordine! Allego foto dell’ingresso della galleria, la suddivisione in piani e la sua vertiginosa ellisse.

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Quando le luci erano ancora basse…
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… Andiamo con ordine!
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… ellittica esplorazione nella bellezza

Una cosa mi ha colpito particolarmente poco dopo essere entrata ed aver fatto la prima piroetta su me stessa: la missione della galleria appesa ad una delle pareti della Library, chiara e disponibile per chiunque voglia soffermarsi su un dettaglio per me rivelatosi chiave nel mio percorso mattutino.
Il mandato del Bangkok Art and Cultural Centre si articola nei sotto citati cinque punti:

Mission

1.To act as a public space promoting both local and international arts and culture to the general public
2.To support creative processes with an aim to nurture new ideas and knowledge
3.To inspire imagination and promote arts and culture to the general public in order to drive Bangkok towards a well-balanced society
4.To improve local arts and cultural management standards so as to be up to international standards 
5.To facilitate and create environment enabling arts and cultural involvement from all sectors

Ho capito da subito che non mi sarei dovuta perdere nulla di questa galleria, la libertà che sentivo di avere (sia di tempo che di movimenti all’interno) era perfettamente conciliabile con la missione che avevo appena letto. Era come se il mio cervello si fosse scoperchiato per fare entrare altro, il nuovo e l’atteso.
Sempre nella Library, a piano terra,  ho battezzato i miei must guardando sul display
l’ organizzazione delle esposizioni: dedicare un tempo significativo all’OPERA OMNIA di Caravaggio, curata dal riminese Antonio Paolucci, e I AM YOU dell’artista thailandese Vasan Sitthiket.
Entrambe erano esposizioni temporanee (quasi tutto lo è, in realtà) pertanto ho pensato “oggi o mai più”. Andiamo con ordine.
Ho iniziato percorrendo la prima ellisse addentrandomi in COLOR NOW, un’esposizione di opere di giovani artisti (dai 4 ai 18 anni) della International School Bangkok (ISB), suddivisa in numerevoli tematiche per differente cromia, identità e voce. Ed ecco che sulle pareti viola, nere, arancioni e così via, si potevano vedere cuori infranti, fiori, paesaggi, uomini soli, uomini veri e robot, grida di dolore o di felicità, esplosioni di allegria, ogni possibile esperienza di vita, perimetro abitativo ed ossa fragili.
I colori che ho preferito sono stati il viola ed il nero.

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… Viola come spettro luminoso, nella sua grande capacità di empatia e compatibilità.
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… Nero vivo, non solo simbolo della fine di tutto. E per tutti.
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…Loro sono ovunque… dentro chiunque. Le emozioni.

Superata la COLOR NOW, ho trovato una sequenza di opere, intagli su legno con inchiostro, oppure acrilico su canapa ed in ultimo colori ad olio sempre su canapa, di artisti thailandesi.
Panuwat Sitheechoke, classe 1980, esponeva Mind Bondage, cinque lavori in un susseguirsi di intagli su legno in cui l’inchiostro ha dato forma a quel legame, sempre indissolubile, tra corpo e mente, dove entrambi si condizionano, viziano ed imprigionano a vicenda. Laddove la rabbia, la paura, la circostanza massima dell’essere umano rende le nostre reazioni aggressive, schiave. Limiti della mente, limiti del corpo. Solo la vera accettazione di sé, con una mente libera dagli intralci corporali, può portare alla scoperta del proprio io. Il profilo Instagram dell’artista merita una vista:
Panuwat Sitheechoke.

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Coloro che hanno liberato la loro mente dal corpo hanno trovato il loro vero IO

Poco più in là c’era Opal’s World, il cui artista si chiama Krissadank Intasorn (Facebook).
Le tonalità dei suoi acrilici su tela di canapa sono vivaci, i rossi arrivano impetuosi agli occhi ed il blu è il colore delle vesti, dei tatuaggi e dei capelli. Questo artista dipinge l’atteggiamento umano verso l’ omosessualità, spesso di accoglienza, talvolta di difesa, talaltra di attacco. La cultura e la società thai hanno maturato da diverso tempo grande apertura in merito insieme ad una vasta capacità di integrazione, sebbene sia piuttosto raro trovare rappresentazioni o opere d’arte sull’omosessualità.

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La mente arriva a formulare un concetto. L’arte lo supera, semplificandolo ulteriormente.

Quello cui mi sono imbattuta successivamente è stata una sequenza di attimi felici, Aesthetic of Happiness, da Sittiwat Meewankhum. E lì mi sono gustata tutta l’allegria di un’astrazione che ha riportato la mia mente alle ninfee di Claude Monet e la mia schiena ad appoggiarsi al corrimano dell’ellisse. In contemplazione e con leggerezza sono entrata nella sacra geometria delle linee che hanno dato una forma spumeggiante alla più incontrollabile delle emozioni spontanee. La felicità.

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Vorrei uno qualsiasi di questi istanti… lì, tra i capelli.

Sono rimasta diversi minuti ad osservare i movimenti travolgenti di questi dipinti, poi mi sono staccata dal corrimano per proseguire il mio cammino visionario, con l’incedere tipico di chi ha trovato la sua occasione di felicità quotidiana.
Ho incrociato un paio di occhi blu in mezzo a tessere di madreperla, e poi ancora nuove iridi di diversi colori incastonate in visi di donna bellissimi, tra teschi, corone, piogge di cristalli, rose blu e ghirlande.
Non si può amare ad occhi chiusi.
Lo sguardo annienta i rischi, colma le
 inesistenze, si discosta dalla deriva, scrivevo in HUMUS.
Suriwan Sutham (profilo Facebook) è l’artista che ha dipinto una collezione di bellezza in The illusion aesthetic of womankind.
Nei suoi sguardi così incisivi e penetranti, nelle palette scelte per dare un ulteriore senso cromatico al genere femminile c’è tutta la mitologia della bellezza, oggi drasticamente cambiata rispetto al passato. Oggi, in un mondo che è principalmente un grande labirinto sociale, questa mitologia ha perso il suo smalto originale, come attratta, risucchiata dal mondo materiale. E, dunque, queste donne affascinanti, così accessoriate ed acconciate per chissà quali feste, tentano di elevare il loro status alla più materialista delle parificazioni.

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In queste iridi ho visto il mio riflesso, il mio corpo immobile, leggermente inclinato all’ammirazione

E finalmente eccola lì: OPERA OMNIA, Michelangelo Merisi da Caravaggio (il grande artista).
Al settimo piano ho trovato la forte irrequietezza italiana dell’artista per antonomasia, conosciuto in tutto il mondo per il suo stile pittorico, il grande naturalismo, dove la luce plasma le figure e dove i soggetti sono così veri che ti viene voglia di toccarli.
Questa esposizione è una galleria digitale in HD (high definition) di quaranta opere, oggi collezionate nei migliori musei nel mondo. La tecnologia utilizzata, sotto la supervisione di team esperti sia italiani che internazionali, inclusa la partecipazione di storici dell’arte e critici, offre la possibilità di un viaggio all’interno della sua breve ma intensa vita.
Ma come è finito Caravaggio a Bangkok?
Caravaggio è qui per il Festival Italiano che celebra i 150 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Thailandia. Ed ecco che il Bangkok Art and Cultural Centre con la collaborazione dell’Ambasciata Italiana ha allestito una mostra al passo con i tempi moderni ma fortemente aderente alla verità degli anni e delle opere di Caravaggio.
Da vedere assolutamente perché provare a descriverla è difficile. Allego qualche foto ma se ne avrete occasione (fino al 10 Giugno) lui è qui 🙂
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“Chiudi gli occhi, ragazzo,
e credi solo a quel che vedi dentro
stringi i pugni, ragazzo,
non lasciargliela vinta neanche un momento
copri l’amore, ragazzo,
ma non nasconderlo sotto il mantello
a volte passa qualcuno,
a volte c’è qualcuno che deve vederlo… E la vita è così forte
che attraversa i muri per farsi vedere” 
 cit. Sogna Ragazzo Sogna, R. Vecchioni.

Lasciato Caravaggio, ho attraversato quasi una manciata di secoli per ritrovarmi al giorno d’oggi, nel cuore e nell’animo anarchico di Vasan Sitthiket.
I AM YOU: questo è il titolo della sua esposizione, più di 100 opere contemporanee, libere ed anticonvenzionai.
Ecco che la diversità dell’estro artistico, la molteplicità delle tecniche pittoriche o rappresentative si palesano nel sentimento di uguaglianza tra gli uomini.
Ancora una volta.
I AM YOU.
Chi è questo artista? Che faccia ha? Fate un salto su Wikipedia

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No troop No war – No Greed No War – No Money No War -No Hate No Kill
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Lui ci mette la faccia… e spesso più di una!

All’ottavo piano le opere di Sitthiket sono creazioni irriverenti con forti accenti poetici, lavori che vanno dalla seconda metà degli anni 70 ad oggi.
Ho immediatamente capito che mi trovavo di fronte ad un uomo, un artista senza paura di portare alla luce, in questo caso attraverso le più svariate tecniche artistiche, le proprie idee, i grandi grattacapi dell’esistenza umana, le speranze e le proprie lotte. In più di un’opera, anzi forse in gran parte delle sue creazioni, la sua faccia è lì, in molteplici espressioni ma sempre presente e riconoscibile. Lui stesso sostiene che l’arte sia la sua arma, che la sua stessa vita sia il messaggio per combattere il capitalismo, la corruzione, l’assenza di ideali, la disuguaglianza. La mia mente ha pensato per un attimo allo scrittore Philip Roth che sosteneva che tutto quello che avesse per difendersi fosse l’alfabeto; era quanto gli avevano dato al posto di un fucile. Non è infondo lo stesso concetto? Io penso di si!
Sitthiket, classe 1957, combatte e protesta ogni giorno per un mondo migliore (e nella mostra c’è proprio una sessione di opere chiamata Protest and Making the World a Better Place): lo fa attraverso la pittura, la scultura, creazione di poster o locandine, addirittura di T-shirt, musica, lirica, sfruttando infine l’eco dei social media. E certo, la sua attenzione è per l’umanità tutta, non sono quella brulicante nei perimetri thailandesi: il mondo è il suo osservatorio ma il mondo è anche il suo obbiettivo. Nelle sue opere si può trovare un corpo umano (e qualsiasi parte di esso) utile a veicolare la narrazione dei più svariati comportamenti che le persone assumono di fronte alle grandi tematiche della vita e persino innanzi alla natura, così forte e vera ma in un certo qual modo terribilmente maltrattata da noi che ci viviamo. E la sessualità è chiave, sia come atto originale alla vita ma anche come arma o metodo di corruzione. Vigore sì ma anche debolezza umana, talvolta.
Tutte le sue creazioni sono il frutto di una vita vissuta veramente dentro le turbolenze politiche degli anni 70, nei massacri di una Nazione sotto un brutale regime definito oppressivo.
Devo studiare ancora tanto per poter afferrare Sitthiket in toto, per comprenderlo ancora meglio. Sicuramente quello che ho potuto vedere e fotografare mi ha colpita, mi ha trascinata in una lunga riflessione e, ancora adesso, a distanza di una settimana, mi capita di guardare le immagini di quel viaggio. I AM YOU.
Allego qualche foto, sperando che chi leggerà possa comprendere un minimo della sua grande capacità artistica di rendere fruibili e chiare le sue idee, i suoi ideali, i suoi dolori ed il suo sogno di uguaglianza tra esseri umani. Lui, che non è amato ed apprezzato da tutti, lui che ha creato scalpore, persino scandalo non vergognandosi di niente.

But due to the provocative nature of Vasan’s work, Escalante says it’s difficult to market his work, even if U.S. collectors enjoy his anti-war attitude: “Try selling a painting of two wolves dressed as Uncle Sam with hard-ons, defecating. Not so easy.”
Escalante compared Vasan with the U.S. artist Shepard Fairey, whose “Hope” poster was used to support Barack Obama’s campaign to be president…
si può leggere in un articolo su Vasan Sitthiket della CNN.

Non definitelo banalmente “un comunista”.

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Sono tutti a testa in giù perché tutti gli esseri umani nascono così.                         (Chitr Bumisak; F. Engel; Papa Giovanni Paolo II; Van Gogh; Vasan Sitthiket)
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Emorragia di idee
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“Siamo sospesi, siamo panni stesi
il cuore ad asciugar, nei sogni di Chagall,
tienimi o volerò, sei libero se vuoi”; cit. Vago Svanendo, John De Leo

Le foto che ho allegato non riescono ad argomentare correttamente né supportare la vastistà artistica di questo uomo.
Mi trovo però nuovamente a confermare come l’arte sia magnifica nella sua abilità di restituire immediatezza ed emozione al valore, alla paura, al sentimento, ad un avvenimento storico.
Sitthiket, dentro la colossale illusione di una possibile uguaglianza, nella globale e sempre creativa comicità del genere umano, nell’atrocità della violenza, della corruzione e degli equivoci, mostra sempre il suo volto e spesso il corpo intero con disinvoltura, in chiaro e vivido dissidio con un cattivo e poco coerente schieramento di potere.

Quando ho lasciato I AM YOU ricordo che stavo ascoltando Closer dei Kings of Leon in cuffia e ho guardato giù i vortici della galleria che avevo quasi terminato di visitare. Mancava, tuttavia, ancora un piano. Così sono andata su, Inspiration of the Sustainable Community, ad opera di Thai Beverage Public Company Limited, sarebbe stato l’ultimo mio percorso artistico. Al nono piano c’erano circa una sessantina di opere d’arte, alcune delle quali erano state insignite del The 7th White Elephant Art Award (Facebook), altre selezionate per il concorso.
L’esposizione, anche in questo caso, comprende dipinti, sculture, installazioni ed opere multimediali sulla Thailandia (natura, bellezza, arte, architettura, lavoro, società, religione, devozione, sacrificio o leggerezza, amore, vecchiaia).
Vita, in sintesi ma nel senso più esaustivo e contemplativo del termine.
In questa sezione ho passeggiato, forse con un filo di stanchezza ma con grande soddisfazione.

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Le ore che ho passato all’interno del BACC sono state bellissime, ho persino pensato che ogni tanto potrei andare lì a scrivere perché ci sono diversi tavolini e caffè.
E l’idea di creare un pezzo forte dell’ispirazione data da una delle opere d’arte della galleria mi fa credere che sarò di nuovo a National Stadium molto presto.

Ci tengo a precisare che anche questo articolo, esattamente come tutti gli altri precedentemente scritti, è frutto della mia esperienza e della mia personale visione delle cose. Grazie.

Sawasdee Kha,

Gy

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