UN GUARDIANO MI DISSE

Sawasdee kha,

in questo giovedì 8 novembre mi trovo in un caffè in Soi 23, quello della Srinakharinwirot  University popolata di studenti in divisa e piena di bancarelle del mercato che ogni martedì e giovedì si anima nel giardino esterno.
In cuffia Who’s Gonna Save My Soul, dei potentissimi Gnarls Barkley che, nonostante il movimento concitato, umido ed ovattato fuori dalle vetrate del bar, si sposerebbe benissimo con un’atmosfera pomeridiana da pre tramonto autunnale, avvolta nel fumo di un caffè nero bollente… Ma adesso sto bevendo un centrifugato di frutta.
Who’s gonna save my soul now… Who’s gonna save my soul now
How will my story ever be told now… How will my story be told now.
Mi piace molto venire qui, guardare il brulichio confuso che solo noi esseri umani sappiamo animare. Gli insetti sono più disciplinati, penso.
E osservo dalle vetrate di questo caffè, affacciato sul mercato colorato di prodotti locali, frutta, verdura, vestiti, stickers per bimbi, artigianato thai, lo sciame umano più disparato in termini di età, stili, look anche se la stragrande maggioranza della clientela è giapponese. In realtà ho sentito più volte chiamare questo posto come il “mercato giapponese”.
Ho scritto spesso di come l’area urbana di Sukhumvit sia totalmente influenzata dalla cultura giapponese perché è questa la comunità più popolosa a Bangkok, pertanto quello che si può trovare in giro è perfettamente allineato al gusto nipponico ed ai suoi ritmi.
Questa mattina io e Bibi ci siamo svegliate presto, è ricominciata la scuola da una settimana dopo la pausa autunnale e il nostro soggiorno (1 mese) in Italia di cui scriverò presto.
Solitamente dormiamo sempre insieme quando Luca è in viaggio per lavoro ed è una cosa che amo, però in questi giorni lui non è in trasferta quindi l’eccezionalità dei suoi risvegli notturni e forse qualche sogno strano hanno fatto sì che questa mattina ci ritrovassimo nello stesso letto ad aprire gli occhi un pò prima del previsto.
La sera prima di addormentarci parliamo tanto, è come chiudere un sipario di velluto dopo aver raccontato la storia di un’altra giornata insieme.
E quando la luce si spegne, nel buio totale dove sento solo il suo respiro, le faccio una carezza e sfioro le sue ciglia lunghe già abbassate, pronte al sogno.
Ognuno di noi ha un odore personale: più volte mi sono chiesta quale fosse il mio perché, misteriosamente, nessuno di noi riesce ad afferrare il proprio  ma quello di Bibi, dei nostri figli e delle persone che amiamo è sempre riconoscibile.
Mi piace entrare nella sua camera la sera, quando dorme già da un pò perché, aprendo la porta, il suo profumo diventa per me l’inebriante consapevolezza di essere la sua mamma.
Non scrivo da tantissimo tempo…
Abbiamo festeggiato il nostro primo anno in Thailandia: il 23 agosto 2017 prendemmo il nostro volo via Dubai dopo un mese intero in giro per hotel e residence.
Quella era la prima esperienza aerea per Bibi e tutti e tre ci siamo trovati con il cuore spalancato ad un nuovo mondo e la scatola cranica scoperchiata pronta ad accogliere quanto più possibile da questo nostro vivere in terra thailandese.
Tutto questo è avvenuto in fase di decollo, con una Bologna rovente sotto i nostri piedi.
Ricordo che mi venne in mente una poesia che scrissi qualche anno prima, intitolata Sale
E’ il prodotto dell’orbita custode
la scivolosa epidermide
che frena tra le labbra 
graffi di paura.
Eventi fattori per pori assetati di sale.
Lacrimavo…

Quello che mancava era la paura, e manca ancora fortunatamente.
Ma di lacrime, salutando le persone che amiamo, ne abbiamo piante parecchie e se provo a leccarmi le guance posso ancora ritrovare qualche granello di sale.
Questo è successo anche rientrando recentemente dall’Italia il 20 ottobre.
Ma andiamo con ordine.

In questo articolo, che nel suo titolo trova ispirazione nel libro di Tiziano Terzani
Un indovino mi disse, voglio descrivere una mattina di agosto, ormai già 3 mesi fa quasi, da me definita come uno dei momenti più emozionati e toccanti da quando vivo a Bangkok.
Sono andata a cercare la Turtle House, la casa in cui Tiziano Terzani, per l’appunto, visse dal 1990 al 1994 con la sua famiglia.
Chissà com’era Bangkok quasi 30 anni fa…
Ci installammo a Bangkok nella casa più bella e fatata in cui abbia mai vissuto, un’oasi di vecchio Siam in mezzo all’orrore del cemento…
Dalle parole di Terzani forse posso soddisfare il mio dubbio di cui sopra con la certezza che già allora il materialismo edilizio e la modernità cattiva di un progresso che, come un chirurgo poco bravo, cancella i connotati naturali di un volto, dandogli un apparente appeal  che rimane solo nella superficie di un primo sguardo, erano in avanzamento fortissimo. Gli indiani ed i cinesi già a quel tempo marciavano con tutte le loro ricchezze nell’ideale dell’impossessamento immobiliare. E non solo.
L’autonoma disponibilità del mondo attraverso l’esaltazione del lusso futuristico che porta quattrini era il sogno.
Adesso ho capito.
Voglio spendere qualche parola su questo grande giornalista e scrittore, scomparso nel 2004.
Tempo fa vidi un documentario su di lui: “il più grande giornalista del nostro secolo” era stato definito. E proprio così si aprivano e successivamente arricchivano le parole al racconto di una vita straordinaria spesa per lo più in continente asiatico, assistendo alla cacciata degli americani dal Vietnam e l’ingresso dei vietcong a Saigon.
Avevo quattro anni quando, nel 1984, fu espulso dalla Cina per attività controrivoluzionaria, per aver criticato fortemente il regime di Deng Xiaoping.
In territorio Cambogiano riuscì a scampare all’invasione dei Kmer Rossi.
Avevo nove anni quando giocavo in giardino mentre lui vedeva la caduta dell’impero sovietico. Ed in tutti questi accadimenti, vissuti in prima persona, sempre avvolto dall’amore e dalla comprensione di una famiglia davvero speciale, l’animo di Tiziano Terzani si arricchiva e scavava sempre più in fondo nella profondità di ciò che è davvero essenziale.
Mi sono incamminata in Soi 49 con grande emozione seguendo le indicazioni di Google Maps, e meno metri mancavano alla casa e più mi sentivo forte nella speranza di vederla ancora in piedi.
Da casa mia ci vogliono solo 12 minuti a piedi. E pensare che ho vissuto tutto questo tempo, un anno, senza visitarla, senza quella grande magia dell’Oriente che si può trovare nei suoi scritti ma che, fuori dalle sue pagine, è travolta dalla globalizzazione.
Il 30 agosto 2018 era il mio giorno ed il destino o forse lo stesso Terzani chissà da qualche angolo di cielo ha fatto sì che la mia visita si rivelasse di una grande emozione ed umanità.
Tralasciando la conoscenza e la cultura, che di per sé sono sempre di grande valore, quello che gli esseri umani a volte ci possono lasciare, trasmettere, talvolta in una apparente banalità di eventi e circostanze, mi fa spesso commuovere ed unire le mani dicendo “Thank you” o “Kop Khun ka”.
La Turtle House quella mattina per me è stata un’oasi di semplicità umana che non possiede niente ma solo guardandoti negli occhi ha già capito che di te si può fidare e che non sei il prossimo sinonimo, ancora da coniare, di sottrazione violenta di una vita che si può ancora respirare nella sua verità, se solo ti allontani dallo smog e dalle scavatrici, per ridurla (sminuirla) in cenere e spazzarla via nel materialismo delle più svariate proprietà.
Quello stesso Google che mi ha portata lì, già da diversi mesi, diceva “Chiuso definitivamente”.
C’ era ancora una piccola speranza nelle arterie della mappa di Google che poteva condurmi lì. Ancora per poco. Ed è stato un soffio fortunato.
Ma andiamo con ordine.

Sono arrivata davanti alla casa intorno alle 10.10, ricordo di aver guardato l’orologio, di essermi guardata successivamente intorno perché la recinzione di bambù era piuttosto instabile ed impervia da attraversare anche solo con lo sguardo. Nonostante il traffico di Soi 49 e le bancarelle del cibo piene di clienti non ho trovato nessuno che potesse aiutarmi nel capire se fosse possibile entrare nella casa oppure no.
Così, presa da una volontà e curiosità insistenti, mi sono avvicinata sempre di più alla recinzione e, una volta in punta di piedi, tra le canne di bambù ormai distrutte ed i rami degli alberi in corso di abbattimento, ho intravisto quattro ragazzi seduti ad un tavolo in quella che nella quotidianità di Tiziano Terzani era una bellissima veranda affacciata sullo stagno. Li ho osservati per diversi minuti, sorridendo perché era chiaro ai miei occhi che stessero condividendo cibo e risate. C’erano anche diversi carica batterie sul tavolo (particolare che mi colpì molto), sicuramente stavano guardando un video perché improvvisamente si sono raccolti intorno al ragazzo con il tablet, dicendo parole per me incomprensibili ma con espressioni sul volto piuttosto divertite.
E’ stato in quel momento che, sempre in punta di piedi per far sbucare la mia testa fuori dalle canne di bambù ancora alte, ho fatto vibrare un Sawasdee Kha, alzando in aria il libro “Un indovino mi disse” che avevo portato con me per rendere omaggio alla mia speranza di visitare la Turtle House.
Di colpo i quattro ragazzi si sono girati verso di me sorridendo stupiti così, addentrandomi in quella insenatura di allegria, ho chiesto loro se fosse possibile visitare la casa, o perlomeno riuscire a fare anche solo una foto di quel luogo che, forse dopo 10 minuti, sarebbe stato cancellato da una ruspa.
Il più giovane dei quattro è venuto verso di me, l’unico che parlasse qualche parola in inglese e con evidente e sincera riconoscenza mi ha concesso di entrare, facendomi strada dall’ingresso principale, dove il cancello di bambù aveva ancora una maniglia di metallo ed era possibile aprirlo normalmente.
Avevo sognato di potere incontrare Kamsing, il custode/ giardiniere instancabile che visse con la famiglia Terzani dal 1990 al 1994 ma sapevo benissimo che aveva lasciato la Turtle House già da diverso tempo.
Il ragazzo, Not (questo il suo nome), faceva fatica a camminare tra i rami e le canne di bambù perché indossava le infradito di gomma ed una di queste era rotta.
“Stai attento, se mi dici dove posso andare e mi guardi da lontano senza camminare io seguirò tutte le tue indicazioni”, ho provato a dirgli ma lui era talmente felice di accompagnarmi che mi ha risposto “ti guiderò fuori ed all’interno di tutta la casa, potrai vedere tutto e fotografare tutto ciò che è rimasto perché tra poco la casa verrà abbattuta. Tiziano Terzani non abita più qui con la sua famiglia, questo posto è stato anche un ristorante molto importante, ambasciatori, intellettuali, scrittori sono venuti per anni a mangiare qui poi il sito è stato chiuso, abbandonato. Ora noi proteggiamo questo bene, viviamo qui ma andremo via presto. Costruiranno un condominio”.
Ascoltando le sue parole ho immaginato il giorno in cui questi quattro ragazzi avrebbero arrotolato i loro materassi, raccolto le poche cose che possedevano polverizzandosi tra le macerie di una vita che, contrariamente, andrebbe preservata, diffusa, comunicata.
Not non mi ha lasciata nemmeno per un istante, ma in ogni angolo, esterno ed interno di questo posto così incredibile dove ancora mi sembrava di sentire i racconti di Terzani, ho provato una grande commozione.
Ero molto felice di trovarmi lì, sentivo che avrei avuto davanti a me uno dei tempi più significativi e migliori della mia permanenza a Bangkok.
Era un tempo che avevo ipotizzato in realtà come una manciata di minuti, un susseguirsi di secondi scattando qualche fotografia, invece sono stata lì quasi due ore.
Quando sono entrata ho provato una strana sensazione: non avrei mai voluto violare la verità della vita di Tiziano Terzani e della sua famiglia nella Turtle House, non volevo sminuire nulla, semmai osservare e capire tutto ciò che ho letto nel libro, per ritrovare la grande umanità che avevo amato nelle sue parole.
La mia idea iniziale, quando ancora camminavo in soi 39, era addirittura quella di non fare foto: ormai le fotografie spesso non sono più usate come forma di ricordo, flashback sentimentale ed emotivo quanto semmai come galleria di un sé che comunica attraverso i social network. Poi ho riflettuto a fondo e, guardandomi dentro, ho capito che non sarebbe stata quella la mia intenzione.
Non ho Facebook, non ho Instagram, ho pensato a come avrei potuto raccontare della visita e mi sono detta che forse pubblicare qualche fotografia sul blog sarebbe stato persino interessante e commovente magari per chi, come me, ci è stato o addirittura ci ha vissuto. O addirittura, questo racconto avrebbe potuto incuriosire qualche lettore ed allargare la già vastissima conoscenza di Tiziano Terzani.
Camminando nelle stanze, facendo le scale che mi portavano alla camera di Saskia per esempio (amatissima figlia di Tiziano Terzani insieme al figlio Folco), ho ripensato alle parole dello scrittore quando raccontava della loro vita a Bangkok,  di sua moglie Angela che scriveva seduta nel portico e ho sognato di poter condividere con loro la gioia che la Turtle House ti sa portare, seppur così tanto confinante con le massime ideologie dell’economia, così contrastanti ma ormai capillari in ogni soi.
Ricordo di aver detto a Not “sono farang (parola thailandese che viene usata per indicare tutte le persone occidentali) però fidati di me, voglio solo visitare questo luogo nel tempo che mi concederete perché per me sarebbe molto importante. Non ho cattive intenzioni, non sono una persona ricca interessata a qualcosa da quel punto di vita. Sono una ragazza normale che ha amato così tanto questo libro (facendoglielo nuovamente vedere) che ha pregato mentre camminava in soi 49 di poter entrare qui dentro”.
Not ha capito benissimo, ha sicuramente letto sul mio viso la sincerità con cui, insieme alla commozione, mi muovevo seguendolo facendo attenzione a non farmi male tra i rami del giardino. Avrei voluto fargli mille domande ma talvolta faticava con l’inglese e poi non so quanto abbia potuto conoscere della vita di Tiziano Terzani.
Mi era venuto addirittura il dubbio che questi ragazzi occupassero la casa senza averne alcun titolo poi però mi sono detta che, se anche fosse stato così, loro se ne stavano prendendo cura, non era sporca, era solamente prossima alla distruzione e sicuramente meno ordinata di come l’avevo vista in foto diversi mesi prima, quando ancora era presente Kamsing .
E quindi ho persino pensato che fosse stato un bene che dopo il custode originario della casa che viveva con la famiglia Terzani, si fossero stanziati temporaneamente questi quattro ragazzi (Not, Jakob, Eak e Nicky) perché non la stavano mistificando, semmai proteggendo veramente.
La vegetazione era ancora piuttosto ricca e dalle grandi vetrate della casa tutto intorno era di un verde brillante. Credo che fosse bellissimo tornare lì per la famiglia Terzani, la sera, dopo una giornata di lavoro o di scoperte, o al temine di una consultazione da chissà quale indovino in giro per il sud est asiatico, spostandosi con ogni mezzo che non fosse un aereo nel 1993.
Mentre camminavo e facevo qualche fotografia me li immaginavo tutti, Tiziano, Angela, Saskia e Folco, allegri e sorridenti, radunati sotto il portico magari alle sei di pomeriggio a raccontarsi aneddoti bizzarri e divertenti.
Non mi sembrava di essere nella Bangkok di Sukhumvit, nel polmone artificiale delle grandi e lussuose proprietà immobiliari: mi trovavo in una umanità essenziale e profondissima, che annoverava a suo maggior talento la verità dell’essere.
Non dell’avere tangibile, lontana dal dominio delle cose che si possono toccare.
Ho pensato che la Turtle House assomigliasse tantissimo a Terzani: come può una casa avere le sembianze di un uomo dalla grande anima?
Ecco, la Turtle House era la casa dell’anima, della parte più vitale di quella famiglia così straordinaria. Per me è stato possibile vederla, anche se in mezzo alle canne di bambù distrutte, ai rami degli alberi tagliati, alla vegetazione non sempre gentile ma ugualmente bellissima.
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Al termine della visita della casa i ragazzi mi hanno fatta accomodare al loro tavolo sotto il portico. Erano tutti molto divertiti, felici e anche molto curiosi. Not traduceva le loro domande. Volevano sapere da dove venissi, come avessi appreso della casa e ognuno di loro mi disse anche che sarebbe stato felice di rivedermi se avessi voluto rivisitarla nei giorni successivi, prima della demolizione.
Ero molto emozionata, ho pianto con loro ringraziandoli di avermi ospitata e di avermi concesso una grande libertà sia in termini di tempo che di spazio.
“Non c’è fretta, prenditi il tempo che ti serve. Devo solo accompagnarti io perché alcuni pavimenti non sono sicurissimi e il giardino non è agevole”, diceva Not.
Mi hanno offerto il loro cibo, stavano mangiando del riso con delle verdure. Ho ringraziato molto, unendo le mani davanti al viso mentre gli occhi, ancora una volta, mi si riempivano di lacrime.
Poi ho pensato che sarebbe stato carino potergli offrire una cena, il loro cibo preferito, comprare qualcosa in una bancarella per strada ed un paio di infradito nuove per Not.
Non hanno voluto, ognuno di loro mi ha ripetuto più volte quanto non ci fosse bisogno che io mi sdebitassi per qualcosa che loro consideravano un grande onore così, colpita da quelle parole ho desistito e stretto forte le loro mani, una ad una, ringraziandoli calorosamente.
Queste sono le istantanee della semplicità e della condivisione.

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Grazie Not per il tuo tempo, per esserti preso cura di me e delle mie domande. Spero che tu abbia un paio di infradito nuove e soprattutto un posto sicuro dove dormire. Portati sempre con te la delicatezza che ho visto nella tua accoglienza. Grazie con tutto il cuore

Congedandomi, esattamente dalla stessa parte da cui ero entrata, ricordo di aver toccato la maniglia di metallo e di essermi fermata qualche secondo in una profonda riflessione. Quella era stata veramente la mattina più significativa della mia vita a Bangkok, dentro di me sapevo che avevo vissuto qualcosa che non sarei mai riuscita a raccontare o descrivere così profondamente così come l’avevo vissuta e ho nuovamente pianto.
Una volta risucchiata da soi 49, camminando verso casa, ho chiamato Luca per raccontagli della visita ma siamo riusciti a parlare pochissimo perché la voce mi si rompeva continuamente dalla commozione.
Così ho aspettato di incontrarci a casa, per cena e nel buio di quella notte di fine agosto, mentre Bibi dormiva, sono riuscita a dirgli unicamente “non puoi capire cosa io abbia vissuto questa mattina”.
Poi ho messo le cuffie e per più di due ore ho guardato delle interviste a Tiziano Terzani su YouTube.

Sawasdee Kha,
Gy

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Tiziano, Folco, Angela e Saskia alla Turtle House

A Bibi
(da La fine è il mio inizio, libro e film il cui curatore e regista è Folco Terzani, figlio di Tiziano)

Tiziano: Folco ti ringrazio moltissimo per queste passeggiate…”
Folco: Cosa vedi babbo quando guardi il mondo?
Tiziano: E’ come se, con queste nostre chiacchierate, io abbia voluto lasciare a te una sorta di diario. In un qualche modo c’è nel fondo il desiderio, il desiderio che è umanissimo, di una relativa immortalità, di una continuazione attraverso qualcuno che fa la tua stessa strada, o rappresenta i valori in cui hai creduto. Una delle cose a cui tengo moltissimo è che questo cammino, questo cammino che ho fatto io, non è unico.
Io non sono una eccezione, ci vuole soltanto un pò di coraggio. 
La cosa più importante è la diversità, la possibilità di essere quello che tu vuoi, e questo è fattibile.
Fare una vita è fattibile, una vera vita, una vita in cui sei tu, una vita in cui tu ti riconosci”

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